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Grotte di Dio

Verso gli ultimi secoli del primo millennio, soprattutto nel periodo della seconda dominazione bizantina, nelle campagne pugliesi si diffuse la pia consuetudine, alimentata dalla consistente presenza ed influenza di religiosi di rito orientale, di erigere o far scavare numerose chiese e monasteri rurali. Non di rado il devoto ed il benefattore deponeva gli abiti secolari e si dedicava alla preghiera e alla penitenza in quelle cappelle rurali, fondando facilmente piccole e piccolissime comunità monastiche, anche perché fino all’XI secolo i monaci non dovevano aver preso necessariamente i voti religiosi. Questa fitta “rete” di luoghi di culto e di piccoli monasteri italo-greci, molti dei quali rupestri, venne utilizzata a partire dall’XI secolo dai conquistatori normanni, in pieno accordo con la Chiesa Romana, per la “ricattolicizzazione” delle campagne pugliesi, profondamente segnate dalla influenza politica, teologica e culturale di Bisanzio, che si era divisa definitivamente dalla chiesa cattolica proprio con lo scisma del 1054 di Michele Cerulario. Lo strumento più efficace nell’opera di rilatinizzazione religiosa e politica delle campagne pugliesi fu rappresentato dall’operato delle grandi abbazie dei Benedettini dell’Italia meridionale (Montecassino, Cava dei Tirreni, Venosa), alle quali i principi normanni donarono molte di quelle chiese e monasteri rurali, e che impiantarono in essi i loro priorati e le abbazie, contribuendo decisamente con l’applicazione della regola dell’Ordine – “Ora et labora” – allo sviluppo economico e civile delle campagne ed al loro pieno ritorno nell’alveo cultuale, culturale e politico occidentale. Intorno ad un buon numero di questi luoghi di culto rupestri, si organizzarono infatti i casali ed i villaggi che ripopolarono queste terre a cavallo tra Alto e Basso Medioevo.
La maggior parte degli invasi ipogei sacri nasce nel periodo della dominazione bizantina o subito dopo, e la loro struttura è quindi fortemente influenzata dalle esigenze del culto e dell’architettura bizantina contemporanea. Le piccole chiese rupestri riprendono in pieno gli schemi costruttivi e iconografici tipici delle chiese orientali; le planimetrie evolvono dalle soluzioni mononavata (la più semplice ed arcaica, comune nel IX-X secolo) e binavata (diffusa tra X e XIII secolo), sino all’impianto basilicale a tre navate e tre absidi, secondo lo schema a croce greca inscritta. Ma la caratteristica più prettamente orientale, legata alle esigenze del rito greco, è la netta separazione tra il naos, ovvero l’area delle navate riservata ai fedeli, e il bema (o transetto, o presbiterio), dove si trovava il Santo dei Santi, secondo la tradizione dei templi ebrei, ed al quale nessuno poteva accedere se non il clero officiante la cerimonia liturgica.
Questa divisione dello spazio del tempio era ottenuta tramite l’iconostasi, presente in tutte le chiese bizantine costruite dopo il IV secolo. L’iconostasi è un tramezzo in pietra, mattoni o legno, quasi sempre ricoperto da icone, affreschi e statue, dotato generalmente di tre ingressi, che divide le due aree; il clero durante la celebrazione del rito sacro passa attraverso le tre porte in una elaborata processione simbolica, caratteristica della liturgia orientale. Nelle chiese bizantine il bema presenta di solito due absidiole poste ai lati dell’abside centrale, la prothesis (generalmente a destra) destinata alla conservazione delle ostie consacrate ed il diaconicon (a sinistra), dove venivano conservati i sacri paramenti ed i corredi della chiesa. Nelle absidi erano ricavati gli altari, che secondo la liturgia greca erano discosti dalle pareti. Molte delle nostre chiese rupestri sono “liturgicamente orientate“. La pratica dell’orientamento liturgico, che si afferma in occidente a partire dall’VIII secolo diffondendosi particolarmente dopo l’anno 1000, consiste nell’orientare l’abside – e quindi l’asse longitudinale della chiesa – nella direzione in cui nasceva il sole.
Lo scavo delle chiese rupestri spesso iniziava il giorno dedicato dal calendario religioso al Santo cui era intitolata la cripta, ma, poiché i lavori potevano durare molti mesi, talvolta accadeva che l’asse della chiesa venisse spostato man mano che, nel susseguirsi delle stagioni, il sole nascente cambiava posizione all’orizzonte. Tutto ciò, secondo alcuni studiosi, spiegherebbe il motivo per cui molte chiese rupestri presentano una deviazione nell’incavo.
Molte delle “grotte di Dio” della Terra delle Gravine presentano nelle apposite nicchie alle pareti (stasidia) e sull’iconostasi resti più o meno consistenti del corredo originario di affreschi murali, spesso dipinti su strati palinsesti più volte riaffrescati in epoche successive, in un arco temporale che va dal IX al XV secolo.
Fortissima è l’influenza decorativa di Bisanzio, anche nei secoli successivi alla sua cacciata politica dalle terre pugliesi, particolarmente nelle rappresentazioni sacre che qui sono soprattutto icone devozionali di Santi. E’ abbastanza raro, infatti, trovare raffigurati alcuni dei temi canonici della decorazione sacra bizantina, come ad esempio le dodici feste del calendario bizantino (nelle cripte pugliesi troviamo dipinte solo l’Annunciazione, la Fuga in Egitto, la Natività e la Presentazione al tempio), mentre abbondano d’altra parte altri soggetti pittorici tipici della tradizione orientale come il Cristo Pantocratore, il Pantocratore in Deesis (Adoranti), le Vergini
con Bambino nelle varie versioni Odighitria, Glycophilousa, Nicopeia, Galaktotrophousa, ecc. Naturalmente, la maggior parte delle raffigurazioni pittoriche medievali nelle chiese rupestri appartengono all’arte povera e popolaresca, ma in questi tempietti rurali non mancano testimonianze artistiche di squisita fattura non provinciale.
Per quanto riguarda Mottola, che è famosa per la quantità e qualità dei suoi dipinti sacri della civiltà rupestre, ad un livello stilistico certamente superiore alla media appartengono il Pantocratore in Deesis, i due Arcangeli del bema, la Santa Parasceve e la Parabola delle Vergini della chiesa di San Nicola; il San Michele Arcangelo bizantino e la Santa Margherita della cripta omonima; il San Pietro ed il Pantocratore in Deesis della chiesa inferiore di Sant’Angelo; il Pantocratore della chiesa di san Gregorio.

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