Home » Territorio » Aree naturali e chiese rupestri » Gravina di Petruscio

Gravina di Petruscio

La Gravina di Petruscio, imponente e bellissima gravina, tra le più spettacolari dell’intero arco jonico, è sicuramente in grado di competere per grandiosità e fascino con i più celebrati canyon del mondo. La gola, riparata dai freddi venti del nord, ha offerto un sicuro riparo dagli invasori, a causa della voluta difficoltà di accesso (tre soli sono gli ingressi al villaggio, di cui uno pressoché impraticabile) ed ha consentito all’uomo di abitarla dall’Altomedioevo fino probabilmente all’XI-XII secolo, esercitando tra queste scoscese pareti i culti, le arti, le professioni ed i mestieri necessari alle comunità di uomini civili.
La gravina di Petruscio sembra essere costituita da una serie di “grattacieli” di grotte a piani comunicanti fra loro. Molte sono le grotte, oltre un centinaio, tutte scavate nella roccia friabile dei due spalti della gravina per la lunghezza di circa seicento metri, che servivano come abitazioni, ricovero di animali e pastori, e come ripostigli. In questi “alveari di operosità” la vita sociale della comunità era ben organizzata, erano presenti nuclei agricoli, centri di culto religioso, insediamenti abitativi, magazzini, cimiteri, ecc. Nelle pareti scoscese del villaggio vi sono una serie di spettacolari scalinate scavate nella roccia che fungevano da accessi e da sentieri, ai lati dei quali spesso sono presenti varie tombe d’epoca medievale. Il canyon ospita tre chiese rupestri, prive di affreschi ma ricche di graffiti devozionali, soprattutto croci, probabilmente di epoca altomedievale, soprattutto nella cosiddetta Cattedrale, che è la più arcaica, non orientata liturgicamente, dalla architettura notevolmente curata e rifinita.
Altri “monumenti” degni di citazione sono la incompiuta Chiesa dei Polacchi – il villaggio rupestre durante la II Guerra Mondiale fu usato per qualche tempo come campo dai militari polacchi – e la Chiesa anonima del greppio Est, nonché alcune strutture ipogee particolarmente spettacolari, come la Casa dell’Igumeno (il capo della comunità monastica) attigua alla Cattedrale, la Prigione ed il Rifugio De Rosa, cella quasi sicuramente d’origine anacoretica di accesso difficilissimo, costellata di croci graffiite e utilizzata nell’800 come rifugio dall’omonimo brigante. Sul pianoro degli spalti ai margini della gravina, in particolare ad ovest presso il vecchio tracciato della ex Statale 100, si ritrovano numerosissime tracce degli insediamenti medioevali che facevano capo al grosso villaggio ipogeo.

Il reperto monumentale più evidente è senza dubbio rappresentato dai resti dei muri perimetrali della Torre di Petruscio, costruzione quasi certamente pre-normanna a pianta rotonda di circa 8 metri di diametro, con le murature dello spessore di circa mt 1,40 realizzate con blocchetti di pietra calcarea rozzamente squadrati e cementati con abbondante malta, secondo le tecniche costruttive locali d’epoca longobarda e bizantina (VIII-XI secolo). Nei dintorni della Torre sono ancora leggibili i resti di mangiatoie, carraie, abbeveratoi, officine artigiane e cave, nonché le tracce di una muraglia megalitica che potrebbe risalire al periodo preclassico.
Recenti sondaggi archeologici hanno permesso il ritrovamento di moltissimi frammenti di ceramica acroma, acroma da fuoco e a bande rosse del IX-XI secolo, mentre risultano completamente assenti le tipologie più recenti di ceramiche medievali, come l’invetriata, la protomaiolica e la maiolica. I dati archeologici, unitamente al silenzio delle fonti documentarie bassomedievali, sembrano confermare l’ipotesi che il villaggio sia stato abbandonato per motivi imprecisati dai suoi numerosi abitanti poco dopo l’anno 1000. D’altra parte le fonti storiche e documentarie tacciono sulle vicende del villaggio, ed il primo accenno al “loco casalis Petrugii” risale addirittura ad una donazione del 1227. Grazie alla facile modellabilità della roccia, l’acqua piovana, risorsa preziosa e indispensabile nella Murgia sitibonda, veniva incanalata in innumerevoli pozzi e cisterne, con una sofisticata ed efficiente rete di canaletti tracciati lungo il pendio roccioso. In questa zona, lontana da fiumi perenni e da laghi di acqua dolce, l’approvvigionamento idrico ha sempre costituito un grosso problema e può essere stato, con ogni probabilità, tra le cause principali dell’abbandono del villaggio rupestre. Attualmente le precipitazioni scarseggiano, soprattutto nelle stagioni estive, ed il “fiume” che scorre perennemente nella gravina di Petruscio è costituito dall’acqua depurata proveniente dall’impianto di Mottola.

Torna a Aree naturali e chiese rupestri